Come Occidentale, figlio del dualismo cartesiano, individuo due elementi di ogni persona. Ciò che è e ciò che fa. Essere e agire. L’essere comprende tutte le qualità morali, intellettuali, sociali, psicologiche, culturali, conoscitive eccetra della persona. Il fare è semplicemente e banalmente ciò che una persona produce con il proprio comportamento nel mondo.
I pensieri che scriverò in questa pagina sono nati mentre uscivo dall’Ospedale Niguarda (per motivi di studio) e riflettevo su quanto letto in un libro di aikido in cui si spiegava che finchè si percorre solo la linea orizzontale dell’azione, non si cresce. Bisogna percorrere anche la linea verticale dello spirito. Mi è venuto in mente allora il piano cartesiano con due linee perpendicolari, una orizzontale e una verticale. Da qui mi sono trovato sui vettori dei nostri studi di fisica liceale e universitaria. Quindi mi è venuto in mente che la risultante della somma vettoriale di due forze a direzione perpendicolare (l’orizzontale dell’agire e la verticale dello spirito, dell’essere) è un vettore (una forza di crescita) diretta verso l’alto. In crescita. Da qui ho capito che era tutto vero…per crescere non basta solo seguire una qualsiasi fede religiosa o meno, bisogna anche fare. E viceversa. Devono quindi esistere i due vettori contemporaneamente, per generare il vettore della crescita che risulta dalla somma del vettore FARE e del vettore ESSERE o SPIRITO.
Le persone che hanno più influenzato la storia umana sono state quelle il cui vettore risultante era molto vicino al vettore verticale dell’ESSERE. Oltretutto, tanto più il vettore risultante è vicino al vettore ESSERE, tanto minore è il vettore del FARE. Infatti i più grandi uomini della storia riuscivano con piccoli gesti (piccolo vettore FARE) a dare enormi esempi di valore umano, perchè dentro di loro era insito un grande vettore ESSERE, un grande SPIRITO.

Sarò breve perchè il rischio, nell’essere prolissi, è di perdere il filo principale, il pensiero portante.
Dunque. Credo che vi sia una differenza di fondo tra come ESSERE e FARE si manifestino nella cultura occidentale rispetto a quella orientale. In occidente il fare qualcosa costituisce spesso la risposta a un problema o l’aderire a una richiesta esterna. Si compie un’azione quando questa risolve un mio problema, quando è un dovere farla, quando mi viene chiesta una cortesia, quando mi occorre per tutelare il mio futuro. Per noi occidentali, l’agire è subordinato a una MOTIVAZIONE. Agisco in risposta a un motivo. Già questo punto è fonte di enorme riflessione, ma sarà fonte di altre riflessioni. Torniamo al discorso. Ho espresso la mia riflessione riguardo l’occidente. Nell’antico oriente (e in ciò che di esso sopravvive oggi) ho l’impressione che l’agire, il fare, non richieda una motivazione ma che sia un frutto naturale di ciò che io sono. L’azione è il frutto dell’essere. Ma non solo, dall’azione il mio essere impara e migliora. Faccio perchè e per come sono, ma sono in base a ciò che faccio. Fare e essere sono lo yin e lo yang. Sono gli opposti di un tutt’uno indivisibile. Noi abbiamo perso questo concetto, ma lo possedevamo. Il fatto che la cultura occidentale abbia, secondo me, perso ciò che aveva, trova conferma quando si giudica un comportamento nostro o di altri, come incoerente. L’incoerenza comporta un’assenza di coesione e di unità tra ciò che sono (e dico) e ciò che faccio. Parla come mangi, insomma.
In ciò che faccio, quindi c’è scritto chi sono. E chi sono mi permette di fare bene. Noto mentre scrivo, che nulla appare nell’ottica di quanto faccio ma solo di come faccio. Se è vero dunque che il mio fare è lo specchio della mia interiorità (e viceversa) non ha senso quantificare il fare, perchè vorrebbe dire indirettamente quantificare l’essere. Questa è arroganza. Il concetto di quantificare è occidentale. Il concetto di “qualitativizzare” è orientale.
Cosa c’entra tutto questo con l’Aikido? Secondo me il collegamento è che quando sono sul tatami, ciò che faccio è ciò che sono. Le tecniche di aikido piegano il mio fare a un fare che non è mio. Nessuno, appena nato, farebbe un kotegaeshi al primario di ostetricia. L’aikido, tramite le tecniche, educa il fare disordinato a un nuovo fare più ordinato che, attraverso la pratica, ci entra dentro gradualmente in modo che non sia una costrizione questo cambiamento, ma un modellamento del modo di FARE del nostro ESSERE nel mondo. Modificando il FARE, modifica l’ESSERE.
Quando questo è fatto (che credo corrisponda al criterio con cui si assegna il 1° dan), si passa al contrario. Quindi usare il nostro nuovo ESSERE per portare un nuovo contributo al FARE dell’aikido. Infatti O’Sensei diceva sempre “l’aikido è infinito”. Evolve sempre in base al contributo che i praticanti apportano invertendo il flusso del Ki…dall’assorbirlo per cambiare loro stessi, lungo i vari Kyu…ad esprimerlo. L’entità e l’intensità del modo in cui un praticante (di qualunque livello) esprime il suo aikido è lo specchio di come e quanto l’aikido sia penetrato in lui. Credo che l’osservazione di questo cambiamento sia ciò che viene valutato nel passaggio attraverso i dan.
Spero vi sia piaciuto. Ci si può lavorare ancora molto.