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Percorsi

Lunghi sono i percorsi e i ricorsi della vita. Tortuosi i sentieri che ti riportano a casa. Passano per vette innevate, boschi ingannevoli e peripezie incredibili. Ogni angolo nasconde insidie e stravolgimenti. Lento e inesorabile è l’ascesa dello spirito umano, anche quando esso discende nei baratri dell’oblio più oscuro.

E’ arduo mantenere sempre il timone ben saldo tra i palmi. E’ ancor più arduo non perdere la direzione, prima ancora di mantenere il timone, cosa secondaria alla direzione. L’energia della vita è tutta attorno a noi, ci grida di continuo la presenza di una volontà che, attraverso la nostra sensibilità, riconduce la nostra energia all’energia della natura. L’energia che fa crescere la pianta, che fa camminare il cervo, che fa volare il falco.

Ricondurci a questa energia è qualcosa di immensamente arduo per  l’uomo, questo poichè se fossimo in grado di farlo, non potremmo più avvertire i molti limiti che individuano la nostra vita: il limite della stanchezza, della concentrazione, della volontà, della determinazione. L’energia che ci circonda ci porterebbe ad essere senza limiti, se ci unissimo a lei. Abbiamo, noi, il coraggio di scoprire questa nuova condizione, abbandonando l’agevole limitatezza della nostra vita?

L’ideale forma.

Un piacere semplice, spontaneo, una forma di gioia fisica per l’anima. Spontaneo come respirare e stupirsi dinnanzi a un Monet di Le Havre. Non credo che questo implichi una diminuzione dell’impegno o della concentrazione, ma solo un diverso approccio interno. In questo io credo.

Breve pensiero

L’attesa del tatami che precede un momento magico di unione e fratellanza. Il dojo si rivela sempre più a fondo come uno degli ultimi luoghi in cui la sincera amicizia sopravvive nel mondo moderno. Persone che non si conoscono scherzano e ridono agli stage come fossero amici di vecchia data, perchè quello che parla non è il linguaggio verbale ma dello spirito. Attesa…attesa. Aikido. Tanti nulla che dialogano meglio del tutto.

Sto leggendo, negli stralci di tempo, il libro “aikido, l’arte della relazione”. Personalmente lo sto trovando molto illuminante. Per noi occidentali, infatti, è una questione di non poca importanza collocare l’aikido all’interno della nostra tradizione culturale e nella nostra filosofia. Non credo, infatti, che abbia senso cercare di divenire “italiani giapponesi”. Come dice l’autore del libro suddetto (ed io concordo in pieno) e come dice anche Josette D. Normandeau nel suo video dedicato all’aikido per la National Geographic, noi occidentali non possiamo divenire tanti “piccoli samurai” ma dobbiamo necessariamente sfruttare l’aikido e incorporarne gli elementi compatibili con la nostra cultura e che possono migliorarci. Sono profondamente convinto che abbia ragione e sono anche convinto che sia più corretto decidere di seguire radicalmente e completamente solo quegli elementi dell’aikido che ci permettono di evolvere, lasciando alla semplice curiosità conoscitiva tutto quanto l’aikido incorpora ma che è troppo lontano per la nostra comprensione…bene, facendo questo credo che noi potremmo molto di più godere dell’aikido.

La pratica dell’aikido è accessibile a tutti e i frutti estremamente positivi che esso porta in noi, sono disponibili per tutti. Occidentali, orientali, musulmani, buddhisti, cristiani. L’aikido è un linguaggio universale che può entrare in tutti perchè è diretto al cuore di ognuno. Questa è la sua straordinarietà.

E’ diverso, invece, secondo me, cercare di aggiungere alla “troppo semplice natura dell’aikido” per essere facile (quindi l’aikido e la sua pratica è lunga e complessa proprio perchè è troppo semplice ed elementare, perchè tira via tutto il complesso del nostro corpo-mente)…dicevo, diverso è aggiungere a questo, la volontà di comprendere tutto lo sfondo religioso, culturale e filosofico dell’estremo oriente e di cui l’aikido è intriso. Questo non tanto perchè sia inutile cercare di capire, ad esempio, lo shintoismo…quanto perchè ad un certo punto del nostro percorso potremmo avere la drammatica illusione di fare parte completamente non solo dell’aikido (che è un sentimento giustificabilissimo) ma di tutto ciò che ha fornito i mattoni a O’Sensei per costruire lo strumento di cui, invece, possiamo tranquillamente disporre per migliorarci. L’aikido è accessibile a noi come strumento. Il background sociale, culturale, religioso, filosofico credo che sia un sano interesse culturale su cui leggere quanto si vuole, se lo si desidera. Tuttavia credo che la comprensione di questo sfondo resterà sempre molto parziale a noi occidentali, cresciuti in una civiltà troppo diversa per pensare di rinascere con una nuova mentalità.

Dell’oriente, in conclusione, possiamo sfruttare gli strumenti che ha costruito. Ma credo che pochi possano avvicinarsi con destrezza a tutto ciò su cui questi strumenti si sono costruiti.

Credo sia nato da molti anni un “Aikido Occidentale” che mantiene la pratica come via di perfezionamento ma che la inserisce e la struttura costantemente nel nostro pensiero e nella nostra filosofia. C’è chi cerca di impedire questa naturale tendenza. Ma è vano. L’aikido è naturalezza. La naturalezza delle cose vuole che l’aikido sia incorporato secondo la naturale tendenza di ognuno, pur seguendo un percorso di educazione che è insito nella pratica. Se si pratica, si cambia. E’ inevitabile. E come dice una mia amica, il senso dell’aikido è soprattutto qui.

Ma l’Aikido ha il suo Aikido. Cioè che esso è pari a un seme. Si porta un seme dal Giappone in Europa. Lo si pianta in una zolla di terra padana. Non possiamo pensare che dia gli stessi frutti e che gli agricoltori (gli aikidoki) lo coltivino alla maniera orientale. Se l’aikido è spontaneo e minimalista, senza sforzi…bene, allora la strada meno criptica e più spontanea è quella di adattarsi a una cultura troppo radicata per essere cambiata.

Credo che l’Aikido abbia una volontà. Può sembrare follia dire questo. Ma l’aikido non è in nessun posto. Un’opera d’arte quale un dipinto ha un posto che è la parete su cui è collocata. E’ materia. L’aikido è un’opera d’arte che non ha posto. L’aikido è spirito. Lo spirito che vive in tutti noi. E lo spirito ha volontà. La volontà dell’aikido è quello di aiutare le persone a diventare oneste e sincere (parole di O’Sensei) e quindi non può alienarle dalla loro cultura ma, al contrario, le deve maggiormente radicare nella loro sensibilità e armonia con il contesto e le persone. Non ci può essere armonia se si pretende di abbandonare tutto il proprio essere occidentale e divenire qualcosa di senza forma (concedetemi questa parola un po’ lontana dall’aikido) vagamente molto vagamente nipponica.

L’armonia esiste nella mia cultura personale e sociale. La mia armonia con la mia cultura deve permettermi di apprezzare gli elementi di un capolavoro d’insieme (che sia un dipinto o l’aikido) per permettermi di godere nella MIA realtà, i frutti di questo capolavoro.

Come Occidentale, figlio del dualismo cartesiano, individuo due elementi di ogni persona. Ciò che è e ciò che fa. Essere e agire. L’essere comprende tutte le qualità morali, intellettuali, sociali, psicologiche, culturali, conoscitive eccetra della persona. Il fare è semplicemente e banalmente ciò che una persona produce con il proprio comportamento nel mondo.

I pensieri che scriverò in questa pagina sono nati mentre uscivo dall’Ospedale Niguarda (per motivi di studio) e riflettevo su quanto letto in un libro di aikido in cui si spiegava che finchè si percorre solo la linea orizzontale dell’azione, non si cresce. Bisogna percorrere anche la linea verticale dello spirito. Mi è venuto in mente allora il piano cartesiano con due linee perpendicolari, una orizzontale e una verticale. Da qui mi sono trovato sui vettori dei nostri studi di fisica liceale e universitaria. Quindi mi è venuto in mente che la risultante della somma vettoriale di due forze a direzione perpendicolare (l’orizzontale dell’agire e la verticale dello spirito, dell’essere) è un vettore (una forza di crescita) diretta verso l’alto. In crescita. Da qui ho capito che era tutto vero…per crescere non basta solo seguire una qualsiasi fede religiosa o meno, bisogna anche fare. E viceversa. Devono quindi esistere i due vettori contemporaneamente, per generare il vettore della crescita che risulta dalla somma del vettore FARE e del vettore ESSERE o SPIRITO.

Le persone che hanno più influenzato la storia umana sono state quelle il cui vettore risultante era molto vicino al vettore verticale dell’ESSERE. Oltretutto, tanto più il vettore risultante è vicino al vettore ESSERE, tanto minore è il vettore del FARE. Infatti i più grandi uomini della storia riuscivano con piccoli gesti (piccolo vettore FARE) a dare enormi esempi di valore umano, perchè dentro di loro era insito un grande vettore ESSERE, un grande SPIRITO.

Sarò breve perchè il rischio, nell’essere prolissi, è di perdere il filo principale, il pensiero portante.

Dunque. Credo che vi sia una differenza di fondo tra come ESSERE e FARE si manifestino nella cultura occidentale rispetto a quella orientale. In occidente il fare qualcosa costituisce spesso la risposta a un problema o l’aderire a una richiesta esterna. Si compie un’azione quando questa risolve un mio problema, quando è un dovere farla, quando mi viene chiesta una cortesia, quando mi occorre per tutelare il mio futuro. Per noi occidentali, l’agire è subordinato a una MOTIVAZIONE. Agisco in risposta a un motivo. Già questo punto è fonte di enorme riflessione, ma sarà fonte di altre riflessioni. Torniamo al discorso. Ho espresso la mia riflessione riguardo l’occidente. Nell’antico oriente (e in ciò che di esso sopravvive oggi) ho l’impressione che l’agire, il fare, non richieda una motivazione ma che sia un frutto naturale di ciò che io sono. L’azione è il frutto dell’essere. Ma non solo, dall’azione il mio essere impara e migliora. Faccio perchè e per come sono, ma sono in base a ciò che faccio. Fare e essere sono lo yin e lo yang. Sono gli opposti di un tutt’uno indivisibile. Noi abbiamo perso questo concetto, ma lo possedevamo. Il fatto che la cultura occidentale abbia, secondo me, perso ciò che aveva, trova conferma quando si giudica un comportamento nostro o di altri, come incoerente. L’incoerenza comporta un’assenza di coesione e di unità tra ciò che sono (e dico) e ciò che faccio. Parla come mangi, insomma.

In ciò che faccio, quindi c’è scritto chi sono. E chi sono mi permette di fare bene. Noto mentre scrivo, che nulla appare nell’ottica di quanto faccio ma solo di come faccio. Se è vero dunque che il mio fare è lo specchio della mia interiorità (e viceversa) non ha senso quantificare il fare, perchè vorrebbe dire indirettamente quantificare l’essere. Questa è arroganza. Il concetto di quantificare è occidentale. Il concetto di “qualitativizzare” è orientale.

Cosa c’entra tutto questo con l’Aikido? Secondo me il collegamento è che quando sono sul tatami, ciò che faccio è ciò che sono. Le tecniche di aikido piegano il mio fare a un fare che non è mio. Nessuno, appena nato, farebbe un kotegaeshi al primario di ostetricia. L’aikido, tramite le tecniche, educa il fare disordinato a un nuovo fare più ordinato che, attraverso la pratica, ci entra dentro gradualmente in modo che non sia una costrizione questo cambiamento, ma un modellamento del modo di FARE del nostro ESSERE nel mondo. Modificando il FARE, modifica l’ESSERE.

Quando questo è fatto (che credo corrisponda al criterio con cui si assegna il 1° dan), si passa al contrario. Quindi usare il nostro nuovo ESSERE per portare un nuovo contributo al FARE dell’aikido. Infatti O’Sensei diceva sempre “l’aikido è infinito”. Evolve sempre in base al contributo che i praticanti apportano invertendo il flusso del Ki…dall’assorbirlo per cambiare loro stessi, lungo i vari Kyu…ad esprimerlo. L’entità e l’intensità del modo in cui un praticante (di qualunque livello) esprime il suo aikido è lo specchio di come e quanto l’aikido sia penetrato in lui. Credo che l’osservazione di questo cambiamento sia ciò che viene valutato nel passaggio attraverso i dan.

Spero vi sia piaciuto. Ci si può lavorare ancora molto.

HIROSHI TADA, SHIHAN 9° DAN AIKIKAI

Bellissima foto di straordinaria intensità. Uno sguardo diretto e sincero. Spero di poter vedere Sensei Tada almeno una volta nella mia vita. Gioire del suo Aikido fluido e aperto, morbido e dinamico…e magari farmi una foto con lui, da conservare per sempre in camera mia! Che volete farci, le persone immense sono poche. Quando si può avere l’occasione bisogna ambire di incontrarle.

Realtà e percezione.

La ricerca della conoscenza va distinta dalla conoscenza stessa. Perchè mentre la prima è sempre nobilitante per l’uomo, la seconda non lo è. La ricerca della conoscenza è un processo continuo senza sosta. La mente è sempre in movimento ed è (e rimane) vitale. Mentre la conoscenza raggiunta presuppone che non vi sia altro da cercare e il dinamismo si ferma. La mente è in stasi.

Probabilmente, allora, chiamiamo “conoscenza” quel punto della nostra ricerca oltre il quale non sappiamo vedere altro. Ma questo non vuol dire che ciò che stavamo cercando è stato completamente indagato. Non vuol dire che sia tutto lì. Questo comporta sempre una conoscenza parziale. Fin qui niente di male. Basterebbe ammettere a sè stessi di possedere una conoscenza parziale (so di non sapere, diceva Socrate). Invece ci convinciamo di possedere “IL” sapere e “LA” conoscenza definitiva.

Questa è una perdita enorme perchè non potremo mai capire completamente ciò che osserviamo. Esiste, in Occidente, solo la nostra rappresentazione del sapere. La nostra idea di sapere.

Il vero sapere è prendere atto di questa realtà. Il vero sapere sta nell’ammettere che non si sa. Non esiste il sapere. Affermare di conoscere vuol dire affermare il contrario.

Sapersi relazionare non vuol dire conoscere completamente. Ad esempio, sapere curare il diabete non vuol dire sapere tutto del diabete. Vuol dire conoscerne i tratti più importanti. Ma se credo di sapere tutto, smetto di cercare la verità e prendo per totale una verità che, invece, è parziale. La mia mente sarà piena di mezze verità che, come tutti sanno, sono in definitiva menzogne.

Esattamente come fra le persone, posso sapermi relazionare in modo piacevole e cordiale con un compagno di studi, ma non vuol dire sapere tutto di lui. Affermarlo è affermare un’illusione.

Vedere un’illusione vuol dire essere ciechi sulla realtà. Ammettere l’ignoranza è la più grande delle conoscenze.

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